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Chi la vera Renault Twingo l’ha guidata per davvero
Premesso che trovo semplicemente irresistibili sia la nuova Renault Twingo sia la Renault 5, devo fare subito una confessione: se almeno una delle due fosse disponibile anche con una motorizzazione termica o ibrida, probabilmente sarebbe già nel mio garage. Mi piacciono perché Renault è riuscita in un’operazione tutt’altro che semplice, recuperando dal proprio passato due automobili fortemente riconoscibili senza trasformarle in caricature nostalgiche. Nel caso della Twingo il risultato è ancora più interessante, perché significa riportare alla luce una filosofia che negli anni si era progressivamente persa.
La nuova Renault Twingo E-Tech Electric assomiglia moltissimo alla capostipite del 1992, ma sarebbe riduttivo fermarsi al design. Ritornano l’idea di praticità, l’attenzione allo spazio interno e quella capacità di utilizzare pochi metri di carrozzeria in maniera intelligente, caratteristiche che avevano reso la prima generazione qualcosa di profondamente diverso dalle altre utilitarie. La nuova interpretazione ha cinque porte, due sedili posteriori indipendenti e scorrevoli e persino lo schienale del passeggero anteriore abbattibile: soluzioni moderne che, paradossalmente, riportano Twingo proprio al concetto originario di automobile da vivere.
Gli anni Novanta avevano capito qualcosa

Fateci caso: molte delle automobili moderne che stanno ottenendo maggiore attenzione dal punto di vista dello stile non fanno altro che reinterpretare il passato. Ovviamente esistono le dovute eccezioni e penso immediatamente alla Porsche 911, che non ha bisogno di recuperare il proprio DNA perché non lo ha mai realmente abbandonato, ma il successo dei revival automobilistici dovrebbe comunque farci riflettere.
Forse negli anni Novanta, e in generale in alcune stagioni particolarmente felici del design automobilistico, si costruivano modelli con un’identità più marcata. Bastavano una forma, un faro, una proporzione o pochi dettagli per riconoscere immediatamente una vettura, mentre oggi capita spesso di dover osservare stemmi e targhette per capire cosa abbiamo davanti. Renault, con R5 prima e Twingo poi, sembra averlo compreso perfettamente: anziché cancellare il passato ha deciso di utilizzarlo come patrimonio sul quale costruire il futuro.
E la Twingo originale di patrimonio ne ha parecchio. Dal 1992 in avanti è diventata una delle city car più riconoscibili d’Europa, arrivando nel corso delle varie generazioni a superare 4,1 milioni di unità vendute. Non era semplicemente piccola ed economica: aveva una personalità che andava ben oltre il prezzo e, soprattutto, proponeva una maniera differente di interpretare lo spazio a bordo.
Ma quanto è cambiata la Twingo?
La storia di questo modello è interessante proprio perché Renault, prima di tornare alle origini, ha sperimentato parecchio. Con la seconda generazione del 2007 la Twingo cambia profondamente e, appena un anno dopo, arriva persino la Twingo Renault Sport da 133 CV, un piccolo giocattolo che oggi sembra appartenere a un’altra epoca. Centotrentatré cavalli su una city car: pensate soltanto a quanto fosse diversa l’idea di automobile compatta e accessibile poco meno di vent’anni fa.
Poi arriva la terza generazione e la rivoluzione diventa addirittura tecnica. Motore posteriore, trazione posteriore e un’architettura sviluppata insieme a Smart, dalla quale nasce anche la Forfour. Una soluzione indubbiamente originale e tecnicamente interessante, con vantaggi evidenti soprattutto in termini di maneggevolezza urbana, ma quella Twingo personalmente non mi ha mai trasmesso la stessa personalità della prima.
Il design lo trovavo decisamente più anonimo e, pur riconoscendone la validità soprattutto considerando il prezzo rispetto alla cugina Smart, mi sembrava che qualcosa dell’idea originale fosse andato perduto. Era ancora una Twingo perché così c’era scritto sul portellone, ma forse non aveva più quella capacità di farsi riconoscere immediatamente che aveva reso speciale la prima generazione.
Finalmente è tornata a essere una Twingo

Ed eccoci al 2026. Guardandola, la prima cosa che mi viene da dire è semplicissima: questa è nuovamente una Twingo. Non serve leggere il nome sul portellone e non occorre che qualcuno spieghi da dove arrivi l’ispirazione, perché le proporzioni, il frontale sorridente e l’impostazione generale riportano immediatamente alla vettura del 1992.
Fortunatamente Renault non si è limitata a realizzare un’operazione estetica. La nuova generazione recupera anche quella ricerca quasi maniacale dello spazio che aveva caratterizzato l’originale, reinterpretandola attraverso cinque porte e una modularità decisamente interessante per una segmento A. I due sedili posteriori sono indipendenti e scorrevoli di serie, mentre sulla Techno anche lo schienale del sedile anteriore del passeggero può essere abbattuto, soluzioni che permettono di adattare l’abitacolo alle necessità quotidiane anziché costringere chi acquista una piccola automobile ad accettare automaticamente grandi compromessi.
È esattamente questo, secondo me, il significato corretto di un revival. Non basta disegnare due fari che ricordino quelli di trent’anni fa e applicare sul cofano un nome storico: bisogna recuperare l’idea che aveva reso quella macchina particolare. Da questo punto di vista Renault ha fatto centro.
Ottanta cavalli sono più che sufficienti
Anche tecnicamente la nuova Twingo segue una filosofia che apprezzo: niente inutile corsa alla potenza. Il motore elettrico sviluppa 60 kW, equivalenti a 82 CV, ed è alimentato da una batteria LFP da 27,5 kWh, sufficiente per dichiarare fino a 263 km di autonomia WLTP. Numeri perfettamente coerenti con una vettura nata principalmente per muoversi in città e nelle immediate vicinanze, dove una batteria enorme avrebbe significato soprattutto maggiore peso e costi superiori.
Il peso parte da circa 1.200 kg e anche questo, considerando che parliamo di un’elettrica moderna dotata di tutti i sistemi di sicurezza richiesti oggi, merita attenzione. Renault dichiara inoltre un consumo di 12,2 kWh/100 km e offre la funzione One Pedal, mentre sulla Techno troviamo persino OpenR Link con Google integrato, una dotazione che fino a pochissimo tempo fa sarebbe sembrata improbabile su una segmento A.
Finalmente sotto i 20.000 euro

C’è poi il prezzo, forse il punto più importante dell’intero progetto. La Twingo E-Tech Electric Evolution parte in alcuni mercati europei da 19.490 euro prima degli incentivi, mantenendo quindi quella promessa di rimanere sotto la soglia psicologica dei 20.000 euro. Non sono pochi soldi per una city car, soprattutto se ragioniamo con i parametri di qualche anno fa, ma nel mercato automobilistico del 2026 trovare un’elettrica europea nuova a questa cifra assume inevitabilmente un altro significato.
Ancora più interessante è capire come Renault sia riuscita ad arrivarci. La Twingo è stata sviluppata in appena 100 settimane, il ciclo più breve mai raggiunto dal costruttore francese, attraverso un’organizzazione che ha coinvolto Francia, Cina e Slovenia. La batteria LFP con architettura cell-to-pack ha permesso inoltre di ridurne il costo complessivo di circa il 20%, mentre l’assemblaggio resta europeo nello stabilimento di Novo Mesto.
Qui c’è forse un’altra parte della nuova Twingo che merita attenzione: non rappresenta soltanto il ritorno di un nome storico, ma anche il tentativo di dimostrare che in Europa si possa ancora costruire una piccola automobile a un prezzo relativamente accessibile. Il segmento A vale ormai appena il 5% del mercato europeo non necessariamente perché il pubblico abbia smesso di desiderare vetture compatte, ma anche perché sempre meno costruttori riescono a produrle mantenendo margini accettabili.
E allora qual è il problema?

Arrivato fin qui sembrerebbe che della nuova Twingo mi piaccia praticamente tutto. Ed effettivamente è così. Mi piace moltissimo esteticamente, approvo il ritorno alle forme della prima generazione, trovo intelligente la modularità, considero corretta una potenza di 82 CV per questo tipo di automobile e penso che 263 km WLTP siano sufficienti per la missione alla quale è destinata.
C’è soltanto un problema: è esclusivamente elettrica.
Non è una critica alla tecnologia in sé e nemmeno un tentativo di sostenere che una city car elettrica non abbia senso, perché probabilmente è proprio in città che questa alimentazione trova una delle applicazioni più razionali. Il mio ragionamento è molto più semplice: avrei voluto poter scegliere. Una Twingo con queste forme, questa praticità e questo prezzo, affiancata magari da una piccola motorizzazione termica elettrificata, avrebbe avuto per me un fascino enorme.
Lo stesso discorso vale per la Renault 5. Sono due automobili che trovo riuscitissime e che dimostrano quanto Renault abbia saputo reinterpretare il proprio passato, eppure proprio perché mi piacciono così tanto mi dispiace che l’unica porta d’ingresso sia quella elettrica.
Il mio punto di vista

Chi la vera Renault Twingo l’ha guidata per davvero sa che quella macchina non conquistava grazie alla potenza, alle prestazioni o a una dotazione tecnologica impressionante. Conquistava perché era diversa, intelligente, simpatica e tremendamente pratica, riuscendo a trasformare dimensioni ridottissime in un vantaggio anziché in un limite. Non cercava di sembrare un’automobile più grande e costosa: era orgogliosamente una Twingo.
Dopo generazioni nelle quali quella formula è stata reinterpretata, talvolta anche in maniera radicale, trovo che Renault abbia finalmente ritrovato il filo che la collegava alla vettura del 1992. La nuova E-Tech Electric non copia semplicemente la prima Twingo, ne recupera lo spirito e lo traduce nel linguaggio automobilistico di oggi. Ed è probabilmente il complimento più grande che si possa fare a un’operazione nostalgia.
Approvo quindi la nuova generazione di Twingo? Beh, certo che sì. Peccato che sia solo elettrica!












