Auto Europee - Citroen 2CV

C’è qualcosa di curioso, e per certi versi persino paradossale, in quello che sta accadendo all’industria automobilistica europea. Per anni ci hanno raccontato che il futuro sarebbe stato esclusivamente elettrico, digitale e tecnologicamente avanzato, quasi che tutto ciò che apparteneva al passato fosse destinato a scomparire. Oggi, invece, assistiamo a un progressivo ripensamento delle strategie industriali e, cosa ancora più interessante, a un ritorno verso quelle forme e quei concetti che hanno reso grandi molti marchi europei. Il recente Salone dell’Auto di Parigi ne è probabilmente una delle dimostrazioni più evidenti.

Non sto dicendo che le Case automobilistiche abbiano deciso di rinunciare all’innovazione, tutt’altro. Ma credo che qualcosa, negli ultimi anni, sia andato storto e che diversi costruttori stiano finalmente cercando di recuperare un rapporto con il pubblico che rischiavano di perdere. Perché un’automobile non è soltanto un insieme di batterie, schermi, software e sistemi di assistenza alla guida: è anche identità, desiderio, riconoscibilità e, perché no, memoria.

Il 2035 e una rivoluzione che l’Europa ha pagato cara

Partiamo da quello che considero uno dei più grandi errori strategici degli ultimi anni: aver indicato il 2035 come termine per la vendita di nuove automobili con emissioni di CO₂ allo scarico, senza aver valutato fino in fondo quanto fosse complessa la trasformazione industriale richiesta. Una decisione che, secondo me, ha contribuito a mettere in seria difficoltà l’industria automobilistica europea, costretta ad affrontare investimenti enormi in tempi relativamente brevi e a rivedere programmi, piattaforme e strategie commerciali.

Sarebbe scorretto attribuire tutte le difficoltà del settore a Bruxelles. La concorrenza internazionale, il costo dell’energia, la complessità produttiva e alcune scelte discutibili degli stessi costruttori hanno avuto un ruolo importante. Tuttavia, continuo a pensare che aver imposto una direzione tecnologica così netta abbia finito per accelerare un processo nel quale altri protagonisti partivano già con un vantaggio competitivo considerevole.

Basta osservare quello che è successo con i marchi asiatici. BYD, Omoda, GWM e numerose altre realtà hanno progressivamente rafforzato la propria presenza europea, proponendo automobili sempre più competitive per contenuti, tecnologia e rapporto qualità-prezzo. Non tutte hanno le stesse dimensioni o gli stessi risultati commerciali, ma il fenomeno è evidente: mentre molti costruttori europei cercavano di riorganizzarsi, la concorrenza avanzava con una velocità impressionante.

E adesso? Adesso anche l’Europa politica sta cercando una maggiore flessibilità sul 2035. Un cambiamento che considero necessario, ma che porta con sé una domanda piuttosto scomoda: quanto sarebbe costato meno affrontare questa transizione con maggiore gradualità fin dall’inizio?

L’elettrico non è il nemico. L’imposizione, semmai, è il problema

Vorrei essere molto chiaro su un punto: non sono contrario all’automobile elettrica. Anzi, credo che chiunque ne abbia guidata una possa riconoscerne immediatamente diversi vantaggi, dalla silenziosità alla fluidità di marcia, passando per la risposta immediata dell’acceleratore e quella sensazione di relax che soprattutto nel traffico urbano può fare davvero la differenza.

Ma apprezzare un’automobile elettrica non significa necessariamente poterla utilizzare senza compromessi. Chi dispone di un garage attrezzato per la ricarica, oppure può collegare la vettura durante le ore di lavoro, ha condizioni molto diverse rispetto a chi parcheggia abitualmente in strada, percorre lunghe distanze o deve affidarsi quasi esclusivamente alle infrastrutture pubbliche. Per questo continuo a sostenere che l’elettrico debba essere una scelta, non un obbligo, perché la soluzione ideale per un automobilista potrebbe non esserlo affatto per un altro.

Ed è proprio qui che vedo il primo passo indietro, o forse sarebbe meglio chiamarlo un ritorno al buon senso. L’industria sta tornando a considerare più seriamente la convivenza tra differenti alimentazioni, mentre le istituzioni europee discutono una revisione degli obiettivi precedentemente fissati. Non significa cancellare la mobilità elettrica, ma riconoscere che la transizione non può essere affrontata ignorando le differenti esigenze dei consumatori.

Eppure, a mio avviso, il cambiamento più interessante non riguarda ciò che troviamo sotto il cofano.

A Parigi il futuro aveva un aspetto sorprendentemente familiare

Avete osservato con attenzione quello che è successo al Salone dell’Auto di Parigi 2026? Tra le tante novità tecnologiche, alcune delle automobili che hanno attirato maggiormente la mia attenzione portavano con sé nomi e idee che appartengono alla storia dell’automobile europea. Citroën ha mostrato la 2 CV Concept, Renault ha riportato al centro della scena la filosofia dell’Espace con la E-Space Concept e Fiat ha presentato Multiplay, un progetto che recupera il concetto di versatilità familiare già espresso, in forme differenti, dalle storiche Multipla.

Tre interpretazioni molto diverse, sia chiaro, e non tre automobili già pronte per essere acquistate in concessionaria. Ma il messaggio, secondo me, è difficile da ignorare: per immaginare l’automobile del futuro, diversi costruttori hanno ricominciato a guardare alle proprie origini.

La Citroën 2 CV non era diventata un’icona perché disponeva di una tecnologia irraggiungibile, ma perché rispondeva a esigenze concrete attraverso semplicità, accessibilità e soluzioni intelligenti. La Renault Espace aveva rivoluzionato il concetto di automobile familiare, mentre la Fiat Multipla, prima nella versione degli anni Cinquanta e poi con quella del 1998, aveva dimostrato che si poteva utilizzare lo spazio in maniera originale senza inseguire necessariamente dimensioni esagerate.

Forse è proprio questa la lezione che l’industria automobilistica dovrebbe recuperare: non basta costruire automobili tecnologicamente avanzate, bisogna anche tornare a chiedersi per chi vengono progettate e quali esigenze debbano realmente soddisfare.

Renault aveva già capito tutto?

Renault Twingo E-Tech Electric

A dire il vero, un costruttore aveva già imboccato questa strada con una certa convinzione. Renault ha riportato in vita la R5 attraverso la nuova 5 E-Tech Electric, ha reinterpretato la Renault 4 e ha recuperato le forme inconfondibili della prima Twingo per la sua nuova generazione elettrica. Tre progetti che, personalmente, considero particolarmente riusciti dal punto di vista stilistico.

La Renault 5 mi piace perché riesce a essere moderna senza rinunciare a quel carattere che rendeva immediatamente riconoscibile l’originale. La Twingo, poi, è forse l’esempio che mi convince maggiormente: osservandola si ritrovano quella simpatia, quella semplicità e quell’intelligenza progettuale che avevano trasformato la prima generazione in una delle city car più interessanti degli anni Novanta. Non è una copia, ma un’interpretazione contemporanea di qualcosa che funzionava molto bene.

Naturalmente non tutto può essere risolto attraverso il design rétro, e nemmeno Renault sembra intenzionata a trasformare ogni futuro modello nella reinterpretazione di una vettura storica. Ma il merito di questa operazione rimane: aver dimostrato che un’automobile elettrica può essere desiderabile anche per ciò che rappresenta, non soltanto per le sue caratteristiche tecniche.

E questa, soprattutto in un mercato sempre più affollato di prodotti validi ma spesso difficili da distinguere, potrebbe essere una delle armi più importanti a disposizione dei marchi europei.

La Grande Panda e il valore di un nome

Auto Europee - Fiat Grande Panda

Anche Fiat ha scelto di recuperare un linguaggio stilistico familiare con la Grande Panda, richiamando nelle forme squadrate e in diversi dettagli il modello originale. Una decisione che personalmente condivido, perché credo che poche automobili abbiano saputo interpretare le esigenze degli italiani come la vecchia e cara Panda.

Attenzione, però: non basta richiamare un nome glorioso per replicarne automaticamente il successo. La Panda storica, nelle sue diverse generazioni, ha costruito una relazione con il pubblico fatta di prezzi accessibili, praticità, semplicità e costi di gestione contenuti. La Grande Panda si muove in un mercato profondamente diverso, con dimensioni, tecnologie e un posizionamento che non consentono confronti immediati con i volumi raggiunti dalla sua antenata.

Ecco perché considero il ritorno al passato una strada interessante, ma non una garanzia di successo. Il richiamo estetico può attirare l’attenzione, suscitare simpatia e portare il cliente in concessionaria, ma poi devono esserci contenuti, prezzo e concretezza. Altrimenti il rischio è quello di utilizzare la nostalgia come una semplice operazione di marketing.

Forse abbiamo dimenticato come si costruivano le automobili per le persone

Fiat Panda 45

C’è un aspetto sul quale vorrei soffermarmi, perché credo che rappresenti il vero filo conduttore tra 2 CV, Espace, Multipla, Panda e Twingo. Erano automobili molto diverse tra loro, ma avevano una caratteristica comune: nascevano intorno a un’idea precisa di utilizzo. Non dovevano necessariamente appartenere alla categoria più prestigiosa, disporre del display più grande o inseguire una potenza sempre maggiore per convincere il pubblico.

Oggi abbiamo automobili mediamente più sicure, tecnologiche, efficienti e sofisticate, e sarebbe assurdo rimpiangere indiscriminatamente il passato. Tuttavia, osservando alcuni prodotti contemporanei, mi chiedo se nella continua ricerca di contenuti tecnologici non si sia perso qualcosa in termini di originalità e semplicità. Le vetture sono cresciute nelle dimensioni, nei pesi e spesso nei prezzi, mentre una parte del pubblico continua a cercare esattamente ciò che cercava trent’anni fa: un’automobile pratica, riconoscibile, affidabile e soprattutto economicamente raggiungibile.

La vera sfida, quindi, non dovrebbe essere quella di costruire automobili che sembrano vecchie, ma di recuperare le idee intelligenti che avevano reso grandi quelle del passato. Il design può essere il punto di partenza, certamente, ma non può diventare l’unico contenuto di questa nuova strategia.

Un ritorno al passato o una nuova strategia di sopravvivenza?

C’è poi un altro elemento che non sottovaluterei. I marchi asiatici stanno dimostrando di saper costruire automobili tecnologicamente avanzate, ben equipaggiate e commercialmente competitive, spesso con una rapidità di sviluppo che mette sotto pressione i concorrenti europei. Inseguire questi costruttori esclusivamente sul terreno della tecnologia e del prezzo potrebbe diventare una battaglia molto difficile.

L’Europa, però, possiede qualcosa che non si può creare dall’oggi al domani: un patrimonio automobilistico fatto di modelli, soluzioni tecniche, design e storie che hanno attraversato generazioni. Recuperare questa identità non significa necessariamente arrendersi alla concorrenza, ma provare a differenziarsi valorizzando ciò che rende un marchio riconoscibile.

Il rischio, naturalmente, è che il ritorno al passato diventi una scorciatoia creativa. Se ogni nuova automobile dovesse limitarsi a recuperare un nome storico, prima o poi anche questa formula perderebbe efficacia. Ma se il passato viene utilizzato come punto di partenza per progettare qualcosa di realmente utile, allora potrebbe trasformarsi in una strategia molto più intelligente di quanto sembri.

Il mio punto di vista

Credo che l’industria automobilistica europea stia attraversando una fase di ripensamento molto più profonda di quanto si voglia ammettere. Il cambiamento non riguarda soltanto l’elettrificazione, ma il modo stesso di progettare, comunicare e vendere un’automobile. Per anni si è inseguito il futuro quasi dimenticando ciò che aveva permesso a molti marchi di diventare grandi; adesso, almeno in parte, si sta cercando di recuperare proprio quel patrimonio.

Considero questa inversione di tendenza positiva, ma non sufficiente. Non basta una Citroën che ricorda la 2 CV, una Renault che recupera l’Espace o una Fiat che riscopre la filosofia della Multipla per risolvere le difficoltà dell’industria europea. Servono automobili realmente competitive, prezzi sostenibili, libertà di scelta nelle motorizzazioni e soprattutto una visione industriale capace di guardare oltre la prossima scadenza normativa.

Rimane poi la questione politica. A Bruxelles qualcosa si sta muovendo e la revisione degli obiettivi del 2035 dimostra che persino le decisioni considerate definitive possono essere rimesse in discussione. Ma il fatto che si stia correggendo la rotta non cancella le conseguenze delle scelte precedenti, né restituisce automaticamente competitività a un settore che ha bisogno di certezze e investimenti di lungo periodo.

Una scelta vincente o una scommessa vera e propria? Probabilmente entrambe le cose. Di certo trovo significativo che, dopo averci spiegato per anni quanto fosse necessario dimenticare il passato per costruire l’automobile del futuro, siano oggi le stesse Case automobilistiche a ricordarci quanto quel passato fosse importante.

E allora la domanda sorge spontanea: se i costruttori hanno iniziato a guardare indietro per ritrovare la strada, a Bruxelles hanno davvero capito perché?

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Renault Twingo E-Tech Electric

Premesso che trovo semplicemente irresistibili sia la nuova Renault Twingo sia la Renault 5, devo fare subito una confessione: se almeno una delle due fosse disponibile anche con una motorizzazione termica o ibrida, probabilmente sarebbe già nel mio garage. Mi piacciono perché Renault è riuscita in un’operazione tutt’altro che semplice, recuperando dal proprio passato due automobili fortemente riconoscibili senza trasformarle in caricature nostalgiche. Nel caso della Twingo il risultato è ancora più interessante, perché significa riportare alla luce una filosofia che negli anni si era progressivamente persa.

La nuova Renault Twingo E-Tech Electric assomiglia moltissimo alla capostipite del 1992, ma sarebbe riduttivo fermarsi al design. Ritornano l’idea di praticità, l’attenzione allo spazio interno e quella capacità di utilizzare pochi metri di carrozzeria in maniera intelligente, caratteristiche che avevano reso la prima generazione qualcosa di profondamente diverso dalle altre utilitarie. La nuova interpretazione ha cinque porte, due sedili posteriori indipendenti e scorrevoli e persino lo schienale del passeggero anteriore abbattibile: soluzioni moderne che, paradossalmente, riportano Twingo proprio al concetto originario di automobile da vivere.

Gli anni Novanta avevano capito qualcosa

Renault Twingo E-Tech Electric

Fateci caso: molte delle automobili moderne che stanno ottenendo maggiore attenzione dal punto di vista dello stile non fanno altro che reinterpretare il passato. Ovviamente esistono le dovute eccezioni e penso immediatamente alla Porsche 911, che non ha bisogno di recuperare il proprio DNA perché non lo ha mai realmente abbandonato, ma il successo dei revival automobilistici dovrebbe comunque farci riflettere.

Forse negli anni Novanta, e in generale in alcune stagioni particolarmente felici del design automobilistico, si costruivano modelli con un’identità più marcata. Bastavano una forma, un faro, una proporzione o pochi dettagli per riconoscere immediatamente una vettura, mentre oggi capita spesso di dover osservare stemmi e targhette per capire cosa abbiamo davanti. Renault, con R5 prima e Twingo poi, sembra averlo compreso perfettamente: anziché cancellare il passato ha deciso di utilizzarlo come patrimonio sul quale costruire il futuro.

E la Twingo originale di patrimonio ne ha parecchio. Dal 1992 in avanti è diventata una delle city car più riconoscibili d’Europa, arrivando nel corso delle varie generazioni a superare 4,1 milioni di unità vendute. Non era semplicemente piccola ed economica: aveva una personalità che andava ben oltre il prezzo e, soprattutto, proponeva una maniera differente di interpretare lo spazio a bordo.

Ma quanto è cambiata la Twingo?

La storia di questo modello è interessante proprio perché Renault, prima di tornare alle origini, ha sperimentato parecchio. Con la seconda generazione del 2007 la Twingo cambia profondamente e, appena un anno dopo, arriva persino la Twingo Renault Sport da 133 CV, un piccolo giocattolo che oggi sembra appartenere a un’altra epoca. Centotrentatré cavalli su una city car: pensate soltanto a quanto fosse diversa l’idea di automobile compatta e accessibile poco meno di vent’anni fa.

Poi arriva la terza generazione e la rivoluzione diventa addirittura tecnica. Motore posteriore, trazione posteriore e un’architettura sviluppata insieme a Smart, dalla quale nasce anche la Forfour. Una soluzione indubbiamente originale e tecnicamente interessante, con vantaggi evidenti soprattutto in termini di maneggevolezza urbana, ma quella Twingo personalmente non mi ha mai trasmesso la stessa personalità della prima.

Il design lo trovavo decisamente più anonimo e, pur riconoscendone la validità soprattutto considerando il prezzo rispetto alla cugina Smart, mi sembrava che qualcosa dell’idea originale fosse andato perduto. Era ancora una Twingo perché così c’era scritto sul portellone, ma forse non aveva più quella capacità di farsi riconoscere immediatamente che aveva reso speciale la prima generazione.

Finalmente è tornata a essere una Twingo

Renault Twingo E-Tech Electric

Ed eccoci al 2026. Guardandola, la prima cosa che mi viene da dire è semplicissima: questa è nuovamente una Twingo. Non serve leggere il nome sul portellone e non occorre che qualcuno spieghi da dove arrivi l’ispirazione, perché le proporzioni, il frontale sorridente e l’impostazione generale riportano immediatamente alla vettura del 1992.

Fortunatamente Renault non si è limitata a realizzare un’operazione estetica. La nuova generazione recupera anche quella ricerca quasi maniacale dello spazio che aveva caratterizzato l’originale, reinterpretandola attraverso cinque porte e una modularità decisamente interessante per una segmento A. I due sedili posteriori sono indipendenti e scorrevoli di serie, mentre sulla Techno anche lo schienale del sedile anteriore del passeggero può essere abbattuto, soluzioni che permettono di adattare l’abitacolo alle necessità quotidiane anziché costringere chi acquista una piccola automobile ad accettare automaticamente grandi compromessi.

È esattamente questo, secondo me, il significato corretto di un revival. Non basta disegnare due fari che ricordino quelli di trent’anni fa e applicare sul cofano un nome storico: bisogna recuperare l’idea che aveva reso quella macchina particolare. Da questo punto di vista Renault ha fatto centro.

Ottanta cavalli sono più che sufficienti

Anche tecnicamente la nuova Twingo segue una filosofia che apprezzo: niente inutile corsa alla potenza. Il motore elettrico sviluppa 60 kW, equivalenti a 82 CV, ed è alimentato da una batteria LFP da 27,5 kWh, sufficiente per dichiarare fino a 263 km di autonomia WLTP. Numeri perfettamente coerenti con una vettura nata principalmente per muoversi in città e nelle immediate vicinanze, dove una batteria enorme avrebbe significato soprattutto maggiore peso e costi superiori.

Il peso parte da circa 1.200 kg e anche questo, considerando che parliamo di un’elettrica moderna dotata di tutti i sistemi di sicurezza richiesti oggi, merita attenzione. Renault dichiara inoltre un consumo di 12,2 kWh/100 km e offre la funzione One Pedal, mentre sulla Techno troviamo persino OpenR Link con Google integrato, una dotazione che fino a pochissimo tempo fa sarebbe sembrata improbabile su una segmento A.

Finalmente sotto i 20.000 euro

Renault Twingo E-Tech Electric

C’è poi il prezzo, forse il punto più importante dell’intero progetto. La Twingo E-Tech Electric Evolution parte in alcuni mercati europei da 19.490 euro prima degli incentivi, mantenendo quindi quella promessa di rimanere sotto la soglia psicologica dei 20.000 euro. Non sono pochi soldi per una city car, soprattutto se ragioniamo con i parametri di qualche anno fa, ma nel mercato automobilistico del 2026 trovare un’elettrica europea nuova a questa cifra assume inevitabilmente un altro significato.

Ancora più interessante è capire come Renault sia riuscita ad arrivarci. La Twingo è stata sviluppata in appena 100 settimane, il ciclo più breve mai raggiunto dal costruttore francese, attraverso un’organizzazione che ha coinvolto Francia, Cina e Slovenia. La batteria LFP con architettura cell-to-pack ha permesso inoltre di ridurne il costo complessivo di circa il 20%, mentre l’assemblaggio resta europeo nello stabilimento di Novo Mesto.

Qui c’è forse un’altra parte della nuova Twingo che merita attenzione: non rappresenta soltanto il ritorno di un nome storico, ma anche il tentativo di dimostrare che in Europa si possa ancora costruire una piccola automobile a un prezzo relativamente accessibile. Il segmento A vale ormai appena il 5% del mercato europeo non necessariamente perché il pubblico abbia smesso di desiderare vetture compatte, ma anche perché sempre meno costruttori riescono a produrle mantenendo margini accettabili.

E allora qual è il problema?

Renault Twingo E-Tech Electric

Arrivato fin qui sembrerebbe che della nuova Twingo mi piaccia praticamente tutto. Ed effettivamente è così. Mi piace moltissimo esteticamente, approvo il ritorno alle forme della prima generazione, trovo intelligente la modularità, considero corretta una potenza di 82 CV per questo tipo di automobile e penso che 263 km WLTP siano sufficienti per la missione alla quale è destinata.

C’è soltanto un problema: è esclusivamente elettrica.

Non è una critica alla tecnologia in sé e nemmeno un tentativo di sostenere che una city car elettrica non abbia senso, perché probabilmente è proprio in città che questa alimentazione trova una delle applicazioni più razionali. Il mio ragionamento è molto più semplice: avrei voluto poter scegliere. Una Twingo con queste forme, questa praticità e questo prezzo, affiancata magari da una piccola motorizzazione termica elettrificata, avrebbe avuto per me un fascino enorme.

Lo stesso discorso vale per la Renault 5. Sono due automobili che trovo riuscitissime e che dimostrano quanto Renault abbia saputo reinterpretare il proprio passato, eppure proprio perché mi piacciono così tanto mi dispiace che l’unica porta d’ingresso sia quella elettrica.

Il mio punto di vista

Renault Twingo E-Tech Electric

Chi la vera Renault Twingo l’ha guidata per davvero sa che quella macchina non conquistava grazie alla potenza, alle prestazioni o a una dotazione tecnologica impressionante. Conquistava perché era diversa, intelligente, simpatica e tremendamente pratica, riuscendo a trasformare dimensioni ridottissime in un vantaggio anziché in un limite. Non cercava di sembrare un’automobile più grande e costosa: era orgogliosamente una Twingo.

Dopo generazioni nelle quali quella formula è stata reinterpretata, talvolta anche in maniera radicale, trovo che Renault abbia finalmente ritrovato il filo che la collegava alla vettura del 1992. La nuova E-Tech Electric non copia semplicemente la prima Twingo, ne recupera lo spirito e lo traduce nel linguaggio automobilistico di oggi. Ed è probabilmente il complimento più grande che si possa fare a un’operazione nostalgia.

Approvo quindi la nuova generazione di Twingo? Beh, certo che sì. Peccato che sia solo elettrica!

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