10 Febbraio 2026

Quando Opel osò: la Zafira OPC a GPL da 240 CV che anticipò la sostenibilità

Opel Zafira OPC, scarto birilli, prova di handling

Prestazioni elevate e ridotto impatto ambientale possono davvero andare d’accordo con il portafoglio? A giudicare da un progetto firmato Opel di oltre vent’anni fa, la risposta era già allora sorprendentemente positiva. All’inizio degli anni Duemila, infatti, la Casa del Fulmine presentò una versione unica della Opel Zafira OPC, capace di unire anima sportiva e alimentazione GPL in un mix che oggi appare quasi profetico.

In un’epoca in cui la sostenibilità non era ancora una priorità strategica per i costruttori, Opel osò proporre una monovolume sportiva a sette posti, la Zafira OPC con prestazioni da hot hatch e un’impostazione tecnica orientata al contenimento dei costi di esercizio e delle emissioni.

Era la dimostrazione che efficienza e carattere potevano convivere, senza rinunciare al piacere di guida.

Zafira OPC GPL: prestazioni vere, tecnologia concreta

Opel Zafira OPC schema posizionamento bombole GPL

 

Sotto il cofano, questa speciale Zafira montava un quattro cilindri 2.0 turbo benzina da 240 CV, abbinato a un cambio manuale a sei marce. Numeri che, per una monovolume compatta, erano tutt’altro che ordinari: 0–100 km/h in 7,8 secondi e una velocità massima di 231 km/h, record assoluto per il segmento in Europa.

Il telaio IDSPlus con ammortizzatori a controllo elettronico CDC garantiva un assetto preciso e stabile, mentre l’impianto frenante maggiorato con pinze blu OPC assicurava decelerazioni all’altezza delle prestazioni. Non era un semplice esercizio di stile, ma un progetto tecnicamente coerente.

Il vero elemento distintivo, però, era l’impianto GPL sviluppato da Landi Renzo. Il sistema sequenziale multipoint Omegas consentiva una gestione efficiente dell’alimentazione, ottimizzando consumi ed emissioni senza penalizzare il rendimento del motore.

Il serbatoio, collocato nel vano della ruota di scorta, non comprometteva la capacità del bagagliaio e permetteva di mantenere inalterata l’architettura dell’auto. Una soluzione pratica, pensata per l’uso quotidiano.

Un’estetica da tuning, un progetto da laboratorio

Dal punto di vista stilistico, la Zafira OPC GPL non passava inosservata. La livrea Arden Blu, la mascherina a nido d’ape, i cerchi da 18 pollici e il doppio scarico trapezoidale la facevano sembrare più vicina al mondo del tuning che a quello delle monovolume familiari.

Era l’interpretazione più “ribelle” dell’universo Opel di quegli anni: una vettura che rompeva gli schemi e sfidava le convenzioni del proprio segmento.

Anche l’abitacolo rifletteva questa doppia anima. I sedili Recaro, le finiture coordinate, il volante e il cambio in pelle con logo OPC e la strumentazione con dettagli blu creavano un ambiente sportivo ma curato, capace di coniugare comfort e carattere.

Un’idea in anticipo sui tempi

 

Rileggendo oggi quel progetto, è difficile non riconoscerne il valore pionieristico. Quando Opel lanciò questa Zafira, parlare di transizione ecologica era ancora prematuro. Eppure, il marchio tedesco propose una soluzione concreta: una vettura ad alte prestazioni con doppia alimentazione, capace di ridurre costi ed emissioni.

Non era solo marketing, ma una sperimentazione reale, sviluppata e validata sul campo. Un’anteprima di ciò che, anni dopo, sarebbe diventato centrale nelle strategie dei costruttori.

Opel Zafira OPC vista frontale

Quella Zafira OPC a GPL resta così un caso emblematico: una monovolume “cattiva”, potente, versatile e sorprendentemente moderna nel suo approccio. Un progetto che dimostra come, già allora, qualcuno avesse capito che il futuro dell’auto sarebbe passato dall’equilibrio tra emozione e responsabilità.

Un’anteprima ecologica e sportiva che, col senno di poi, aveva davvero anticipato i tempi.

Non solo monovolume, anche piccole e pepate sportive, quando il marchio del Leone lanciò la 106 Rallye.


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